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Scopri la Storia

Scopri l'origine delle Aquae Patavinae e la storia del paesaggio termale euganeo...

 

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La paleobotanica

La paleobotanica dell’area archeologica di via Neroniana

L’unica area finora studiata con un certo dettaglio è quella di via Neroniana. Una sequenza di carotaggi profondi ha messo in evidenza che, durante l’ultima glaciazione, nella porzione occidentale dell’area di scavo vi era un ambiente lacustre, con presenza di acque termali. Nelle fasi finali della glaciazione (circa 10.000 anni fa) vi fu un abbassamento del livello delle acque, con la conseguente emersione di ampi tratti di quei sedimenti che si erano depositati all’interno del bacino lacustre termale. Sui sedimenti lacustri ormai emersi e sui circostanti depositi alluvionali si cominciò a formare un suolo, su cui sono state trovate le tracce della prima frequentazione umana (III millennio a.C., età del Rame). L’ultima fase di sedimentazione fluviale si ebbe tra V e III millennio a.C., con l’arrivo di esondazioni del Brenta di Mezzavia. La superficie della pianura, ormai stabile, fu interessata da frequentazione nell’età del Bronzo Recente, per essere poi profondamente rimodellata dagli interventi di età romana.

Giunco di Gerard (Juncus gerardi Loisel. subsp. gerardi)

Durante l’ultima glaciazione, circa 20.000 anni fa, l’area archeologica di via Neroniana era lambita da un bacino lacustre di bassa profondità, che si estendeva verso una depressione posta a nord-ovest. La vegetazione circostante era caratterizzata da piante che vivono bene in suoli umidi come l’ontano, la lisca maggiore, le carici e il caglio. Cresceva inoltre il giunco di Gerard, pianta erbacea che predilige i suoli salini e che, agli inizi del XX secolo, era abbondante attorno alle sorgenti termali naturali di Montegrotto dove il suolo presentava appunto un’elevata concentrazione salina per il ristagno delle acque. Le aree con suolo più asciutto e ben esposto erano invece popolate da piante erbacee e arbustive come il ginepro, l’artemisia, l’olivella spinosa, le poaceae e l’eliantemo. C’erano anche piccole aree alberate con pino mugo e/o pino silvestre e betulla, piante di clima freddo che non fanno più parte della flora naturale euganea. La comunità di diatomee fossili, che è stata osservata nei sedimenti lacustri, suggerisce che il bacino poteva essere alimentato da sorgenti termali, che mescolavano le loro acque a quelle meteoriche o di falda. Le specie riscontrate prediligono acque dolci/salmastre e pH neutri o superiori a 7, caratteristiche entrambe delle acque termali euganee.

Macroresti vegetali e diatomee fossili: A. semi di Juncus gerardi Lois.- Saggio P, App. Nord, Trincea 1, cm 230; B-C. cuticola esterna e interna di parete di seme subfossile di J. gerardi - M03 363-365 cm; D-E. cuticola esterna e interna di J. gerardi da Körber-Grohne U. 1964; F-G. vinacciolo di Vitis vinifera L. cf. subsp. vinifera - M01 206-209 cm; H-I. semi di Euphorbia helioscopia L. - M01 197-200 cm e 232-233 cm; J. seme di E. helioscopia attuale da vigneti in località Lago di Fimon (VI); K. seme di Ranunculus sardous Crantz.- M01 226-228 cm; L. diatomea fossile Pinnularia microstauron; M. diatomea fossile Cyclotella meneghiniana; N. diatomea fossile Diploneis interrupta, tutte le diatomee in M10 217-222 cm

Alla fine dell’ultima glaciazione (circa 10.000 anni fa), il bosco di pino avanza ma cominciano a fiorire anche piante di clima umido più temperato che probabilmente erano sopravvissute durante il periodo freddo glaciale nei pendii esposti a sud, come l’abete rosso, il faggio e il carpino bianco e anche piante di clima più caldo che tuttora vivono alle pendici dei Colli, come il nocciolo, nelle zone assolate, il carpino nero, il tiglio, l’olmo e la quercia. Le piante tipicamente acquatiche scompaiono, mentre aumentano le piante legate a suoli umidi, testimoniando un progressivo prosciugamento del bacino alla fine dell’ultimo periodo glaciale. Ciò ha portato in emersione i sedimenti lacustri nella parte sud-orientale dello scavo, e conseguentemente l’interruzione della sedimentazione e lo sviluppo di un suolo. Purtroppo i suoli si formano in condizioni subaeree e quindi non adatte alla conservazione dei resti organici della vegetazione che li popola e pertanto non ci sono elementi sufficienti per una ricostruzione dell’ambiente.

Comunque brevi periodi di allagamento dell’area hanno permesso lo sviluppo di comunità di gasteropodi, delle quali si sono ritrovati abbondanti resti. E’ stata inoltre riconosciuta la presenza di una comunità autoctona di Bithynia tentaculata (Linnaeus, 1758) e Heleobia aponensis (Martens, 1858), specie comuni nelle acque del bacino termale euganeo. La seconda è considerata a distribuzione limitata alle acque termali dei Colli Euganei e segnalata anche in acque con temperatura superiore a 40°. La fauna fossile suggerisce che l’area sia stata soggetta a brevi periodi di allagamento, con acque poco profonde e con apporto di acque termali.

A nord dell’area, dopo il XIV secolo a.C. e prima dell’inizio del I secolo d.C. quando venne costruita la villa, erano presenti coltivazioni di cereali (avena, frumento, segale) e vigneti. La vegetazione naturale era dominata dalla quercia, dal nocciolo e dall’olmo, ma erano presenti anche il faggio e il carpino bianco e non mancavano alberi da frutto come il castagno, il noce e l’ulivo. I sedimenti che hanno conservato i resti di questa vegetazione e che hanno documentato la presenza dell’uomo e dell’attività agricola sono riempimenti di canalette, scavate probabilmente per drenare l’area. Sulle sponde crescevano piante acquatiche come la giunchina, nella canaletta cresceva invece il ranuncolo acquatico e alghe verdi come nitella e cara.